A.M.A.(TI) auto mutuo aiuto

A tutti quelli a cui capita d'nciamparsi

Insieme per discutere su problematiche inerenti al mondo interiore, al rapporto con l'altro, alla relazione genitori-figli, attraverso il dialogo collettivo perchè con gli altri sarà più semplice prendere coscienza di se stessi. con la partecipazione del dott. Nanni Pepino (psichiatra-psicoterapeuta).

Su questo blog saranno visibili, l'orario e il giorno per incontrarci settimanalmente su Skype al contatto: A.M.A(TI)
L'appuntamento è previsto
ogni mercoledì dalle ore 21:30, alle ore 23:00

Partecipare è gratuito, usufruendo del servizio Skype.

*Eventuali modifiche di orario e giorno, verranno aggiornati direttamente su questo blog.

sabato 17 luglio 2010

nar e poi ciso!!!!!

http://www.migrantitorino.it/?p=7023

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Lo psichiatra umano di Via Riberi 2 – Torino

Scritto da Redazione il 16 July 2010 in Sanità

Di Nanni Pepino – Psichiatra
Io lo chiamo “psicotrans” (culturale) anche se poi Lauretta si incavola!
Via Riberi 2? ma dov’è mi dice il taxista. “Boh? Dalle parti della mole!
Ma… gli exta..comunitari lo conoscono eccome!
Come ci sono arrivato? Se credessi al caso direi x caso! Dopo il DDL (in)sicurezza con alcuni compagni ci siamo guardsati attorno: necessita dis-obbedire, e….siamo finiti tra i…preti!!!!
La mia compagna.” ma perchè devi occuparti di CLANDESTINI”?
risponta non ,c’è, o forse chi lo sa?
Il giorno dopo< mi occupo del mio CLANDESTINO interno>!
Via Riberi, ….un gineceo… oddio…..e poi tutti sti neri, ispanici, slavi, addirittura cinesi…
Hai voglia di mediatori culturali…. non è un problema di lingua, ma di mente, cultura e…cervello, per quei brandelli che me ne rimangono.
Fatica… ma chi me lo fa fare?
Lina.,stupenda donna, lucida antropologa.” Nanni sei troppo diretto; nella loro cultura bisogna marciare a zig-zag”!
Laura mi guarda e sembra sostenere la mia imbranataggine, lei di esperienza ne ha!
Mi sento uno studente imbranato,
Miranda mi intimidisce. Quante cose sa!
Poi… lentamente… mi ritorna Basaglia:” sono loro che ci insegnano”!
Vero, ancora una volta:muto e ascoltare.
Non sai cosa dire? Taci, ascolta essi-ci!
Poco per volta mi hanno arricchito di saperi, culture, profumi, sapori….
Non esistono “gli africani” “i cinesi” “i marocchini” “i sud americani!
Un caleidoscopio di culture, saperi, esistenze, sofferenze,speranze, disperazioni, gioie dolori, menti, cuori…..
Certo, la mia psicopatologia , fenomenologica, psicodinamica, sistemica, olistica,è un pentagramma su cui si declina ogni melodia, da Mozart al Jaz al Pop, ma le categorizzazioni ingessate, sempre disfunzionali, qui proprio sono spazzatura.
Panico!!! Che fare!? “diversi di tutto il mondo unitevi”!
E dentro di me ognuno di loro riverbera parti credute inaccessibili, murate dalle abitudini, segregate nel campo profughi della quotidianità, delle piccinerie difensive!
Narrazzioni di violenze inaudite,
Nuto Revelli ed “il mondo dei vinti” impallidiscono. Dove hanno trovato il coraggio, cosa ho da donare a loro, così più ricchi di umanità di me, che sanno anche essere più bastardi dell’incrocio tra un cactus ed una lince?
Muto !!!! taci, ascolta,,, esser-ci, con la tua non onnipotenza…è l’unica cosa che, come sempre, puoi fare. E allora ti scopri uomo, non impotente. ( con un po’ di viagra!)
Uomo dolente, uomo , uomo giocoso, uomo fragile, uomo forte dei suoi innumerevoli limiti.
Profonda depressione, mia, loro mi curano ! devo renderglielo!
Uomo che ha bisogno di loro per trovare “quattro mura di umanita”, uomo che si vergogna perchè loro debbano emigrare, ma ancora di più perchè noi abbiamo dimenticato di essere stati migranti.
La gioia di uno sguardo, il godimento di trovare, insieme, il piacere di lenire una ferita, l’aria fresca di uno sguardo altro, il sciogliersi-dentro- di egoismi, razzismi pregiudizi!
Che dire ancora? Grazie via Riberi! Grazie Psico (trans)culturale! – del Ufficio Pastorale Migranti
Almeno finchè, infettati, non ci chiedano il test di italianità. Si sa certe frequentazioni sona ad alto rischio di infettività uman(itari)a
Gallipoli 137\10
nanni pepino

giovedì 15 luglio 2010

PSICO UPM migraniti torino.it By nanni pepino

PSICO UPM,
io lo chiamo "psicotrans" (culturale) anche se poi Lauretta si incavola!
Via Riberi 2?
Ma dov'è mi dice il taxista. "Boh? Dalle parti della mole!
Ma... gli exta..comunitari lo conoscono eccome!
Come ci sono arrivato? Se credessi al caso direi x caso!
Dopo il DDL (in)sicurezza con alcuni compagni ci siamo guardati attorno: necessita dis-obbedire, e....siamo finiti tra i...preti!!!!
La mia compagna." ma perchè devi occuparti di CLANDESTINI"? Risponta non ,c'è, o forse chi lo sa?
Il giorno dopo< mi occupo del mio CLANDESTINO interno>!
Via Riberi, ....un gineceo... oddio.....e poi tutti sti neri, ispanici, slavi, addirittura cinesi...
Hai voglia di mediatori culturali.... non è un problema di lingua, ma di mente, cultura e...cervello, per quei brandelli che me ne rimangono.
Fatica... ma chi me lo fa fare?
Lina.,stupenda donna, lucida antropologa." Nanni sei troppo diretto; nella loro cultura bisogna marciare a zig-zag"!
Laura mi guarda e sembra sostenere la mia imbranataggine, lei di esperienza ne ha!
Mi sento uno studente imbranato,
Miranda mi intimidisce. Quante cose sa!
Poi... lentamente... mi ritorna Basaglia:" sono loro che ci insegnano"!
Vero, ancora una volta:muto e ascoltare.
Non sai cosa dire? Taci, ascolta essi-ci!
Poco per volta mi hanno arricchito di saperi, culture, profumi, sapori....
Non esistono "gli africani" "i cinesi" "i marocchini" "i sud americani!
Un caleidoscopio di culture, saperi, esistenze, sofferenze,speranze, disperazioni, gioie dolori, menti, cuori.....
Certo, la mia psicopatologia , fenomenologica, psicodinamica, sistemica, olistica,è un pentagramma su cui si declina ogni melodia, da Mozart al Jaz al Pop, ma le categorizzazioni ingessate, sempre disfunzionali, qui proprio sono spazzatura.
Panico!!! Che fare!?"diversi di tutto il mondo unitevi"!
E dentro di me ognuno di loro riverbera parti credute inaccessibili, murate dalle abitudini, segregate nel campo profughi della quotidianità, delle piccinerie difensive!
Narrazioni di violenze inaudite,
Nuto Revelli ed "il mondo dei vinti" impallidiscono. Dove hanno trovato il coraggio, cosa ho da donare a loro ,così più ricchi di umanità di me, che sanno anche essere più bastardi dell'incrocio tra un cactus ed una lince?
Muto !!!! taci, ascolta,,, esser-ci, con la tua non onnipotenza...è l'unica cosa che, come sempre, puoi fare. E allora ti scopri uomo, non impotente. ( con un po' di viagra!)
Uomo dolente, uomo , uomo giocoso, uomo fragile, uomo forte dei suoi innumerevoli limiti.
Profonda depressione, mia, loro mi curano ! devo renderglielo!
Uomo che ha bisogno di loro per trovare "quattro mura di umanita", uomo che si
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vergogna perchè loro debbano emigrare, ma ancora di più perchè noi abbiamo dimenticato di essere stati migranti.
La gioia di uno sguardo, il godimento di trovare, insieme, il piacere di lenire una ferita,l'aria fresca di uno sguardo altro, il sciogliersi-dentro- di egoismi,razzismi pregiudizi!
Che dire ancora? Grazie via Riberi! Grazie Psico (trans)culturale!
Almeno finchè, infettati, non ci chiedano il test di italianità. Si sa certe frequentazioni sona ad alto rischio di infettività uman(itari)a
Gallipoli 13\07\10
nanni pepino

mercoledì 14 luglio 2010

Giuliana KISSS

Giuliana Farina 14 luglio alle ore 16.58
eccomi, timida e silenziosa! Che fatica ho fatto per riuscire ad esprimere le mie idee!!! Sono entrata in punta di piedi sperando di non essere osservata ma di osservare e magari lasciare il mio piccolo contributo di esperienza di vita nelle mani di qualcuno che ne avesse bisogno....non pensando di quanto aiuto aveva bisogno la sottoscritta! Ho passato giorni a riflettere sui discorsi affrontati insieme e soprattutto sulle mie parole "non dette" e a come, stringendo i pugni e affrontando la situazione, avrei potuto partecipare all'incontro successivo! Mi sono aperta, richiusa ed aperta di nuovo cercando di carpire e soprattutto di dare. Ho apprezzato la disponibilità di tutti, o quasi a svelarsi, a togliere ogni maschera e la crescita che ne seguiva nell'affiatamento del gruppo. Energie positive. Grazie!!

con\fronto in corso d'opera|

Laura:
Ciao, Nanni.
Nel penultimo incontro del gruppo, avevi chiesto ad ognuno di noi di scriverti una riflessione sul gruppo A.M.A. in Skype.
Io sono nuova, lo sai, e non ho mai partecipato a questi tipi di incontri neanche nei blog, quindi non credo potrò esserti molto d'aiuto.
Il clima che si crea quando ci incontriamo è esattamente lo stesso che c'è quando si telefona ad un amico/a. Non si parte con un tema prestabilito, non ci sono aspettative, ma parlando del più e del meno, come fra amici, escono fuori i problemi, i dolori o le gioie di qualcuno.
A volte è facile parlare, a volte un po' meno, ma quanto fa bene sapere che qualcuno ti sta ascoltando, sentire una o più voci che ti rispondono, ti contrastano, ti confortano!
Durante la notte che segue, mi sembra di stare in un vortice e sento che mi rimbalzano addosso voci, colori, frasi. Niente di definito, nessun particolare riferimento all'incontro appena conclusosi, ma è come se tutto dentro di me fosse in movimento.
Evidentemente i temi affrontati, il modo di affrontarli e i toni usati, muovono qualcosa di sopito che a volte viene collocato nel suo giusto posto e a volte lascia lo spazio alla riflessione nei giorni che seguono.
Quello che mi sconcerta, ma forse è giusto così, è che da questa grande confidenza, a volte intima, che si crea durante l'incontro tra i partecipanti, segue un silenzio, quasi una ritirata nella propria oasi, da parte di tutti nel corso della settimana che segue.
Certamente è giusto così, l'incontro è un momento voluto di confronto, ma io percepisco fortemente questo contrasto.
Sarebbe interessante, come abbiamo detto tutti, che nel gruppo ci fosse un equilibrio di presenze tra uomini e donne.
Ti auguro splendide vacanze, Salutami Voglio Una Bibita :))
Un abbraccio
Laura
Andy:
Capisco esattamente e sento attraverso il ricordo le stesse sensazioni di Laura. Partecipavo a degli incontri di psicodramma che si svolgevano in "weekend intensivi" e tra i partecipanti confusi tra altre persone c'erano anche mie/miei colleghe/i... Laura ha espresso in modo preciso ed attento proprio quelle mie stesse sensazioni di allora: " da questa grande confidenza, a volte intima, che si crea durante l'incontro tra i partecipanti, segue un silenzio, quasi una ritirata nella propria oasi, da parte di tutti nel corso della settimana che segue". Credo che anche quando non c'è una regola esplicita (come esiste in molti gruppi) di non frequentazione dei partecipanti ad un gruppo fuori dal setting del gruppo, questo avvenga in modo spontaneo e naturale.... il gruppo è un luogo diverso da un semplice appuntamento tra amici e forse il punto è proprio che in realtà spesso non si è "amici" nel vero senso della parola e quindi è come se il ritiro fosse un movimento spontaneo dopo una grande intimità per ristabilire un equilibrio perchè altrimenti le emozioni sarebbero troppo forti da reggere in un confronto quotidiano. Questo è quello che ho provato io allora ed è la riflessione che avevo fatto...
Laura:
Non avevo preso in considerazione la tacita e spontanea regola di cui parli, Andy.
Grazie per aver condiviso la tua riflessione
Andy:
a volte questo tacito silenzio (come una sorta di segreto condiviso) aiutava a preservare l'incontro successivo da intromissioni del quotidiano (con le annesse problematiche relazionali che ne conseguono...) e così si poteva creare nuovamente l'atmosfera giusta per l'incontro successivo.
Michele:
o semplicemente, nei rapporti quotidiani o "amichevoli" diamo un'immagine di noi e la racontiamo così bene con impalcature e strutture complesse che è proprio difficlile rinunciare, mentre, quando riusciamo a a parlare con noi stessi attraverso il parlare con il gruppo, stiamo diminuendo le difese e forse anche la sofferenza... forse, ma poi è così difficile portare questo essere nudi fuori da qui...forse.
Andy:
e sì... amaramente vero!!! molto difficile rinunciare alle impalacature... girare "nudi" anche dopo una grande intimità a volte non è così facile... mi fa riflettere perchè la stessa cosa accade in più situazioni... e non solo dopo aver partecipato ad un gruppo A.M.A o simile....
Laura:
Forse il mio problema è proprio questo, che io giro "nuda" sempre. Sono ogni giorno e nei miei rapporti (reali e virtuali) esattamente nuda come quando sto nel gruppo e questo mi fa sentire uno sgradito ospite di questo pianeta.
Molti, moltissimi, forse quasi tutti si barricano dietro armature, offrono immagini di se stessi precostruite, si sforzano di apparire o semplicemente desiderano offrire agli altri un'immagine di se stesssi e non se stessi.
L'ho fatto anch'io per tanto tempo, poi un giorno mi sono stancata, era troppo faticoso, non mi dava nessuna soddisfazione e, ovviamente sono rimasta quasi sola.
Per fortuna le "pochissimissime" persone che ho intorno sono come me, e pur essendo persone socievoli, che amano conversare, hanno (abbiamo) con gli altri solo rapporti falsi, fatcosi, stancanti che poco offrono se non il riempire superficialmente dieici minuti della giornata.
Non mi riferisco, chiaramente, ai rapporti di lavoro nei quali bisogna stare al gioco e non si possono scegliere le persone con cui interagire.
Michele:
mi viene da pensare (oviamente giudicando me stesso) chè definirsi "nudi" o con eccesso di sovrastrutture ( e quindi quasi colpevoli di una mancanza di "purezza") in realtà è solo un naturale risvolto della medaglia, voglio dire che quando abbiamo "la felicità" di seguire le passioni, i sentimenti, le cose in cui crediamo e quando queste cose riusciamo anche a condividerle, allora non si pone più il problema del come siamo e del come interagiamo. Credo che oggi gli spazi di passione, la condivisione delle idealità, il gioco, sia fortemente assente e che questo, nella coppia, nel gruppo, nei rapporti quotidiani, sia la vera mancanza e per uno che come me, di tutto ciò ne ha fatto una motivazione di vita, finisca poi per essere un "lutto" tutto da elaborare....e poi penso arrendedomi.. che sono masturbazioni di un'anima adolescente rimasta imprigionata in una pelle ruvida da vecchio pachiderma..( ho esagerato non mi faccio poi cosi schifo)....:) un ultimo pensiero... é vero che non si possono scegliere le persone con le quali interagire soprattutto mel lavoro (manon solo) ma....riprenderci il diritto di scegliere di agire per quello che sentiamo di essere? perchè no!?
Andy:
io mi sono ripresa quel diritto (non sul lavoro ovviamente) 3 anni fa... avrei dovuto farlo prima e senza necessariamente passare attravero il dolore per arrivare a questa decisione "sana" per la mia vita... ma è stato anche un modo per dare un senso ed una ragione al tutto e per dirmi che non è mai troppo tardi per farlo!!!!!!!
Laura:
D'accordo con te, non è un problema di etichette (nudo o vestito :)) ), ma di essenza.
"oggi gli spazi di passione, la condivisione delle idealità, il gioco, sia fortemente assente" ed hanno lasciato il posto all'avere, all'apparire, e non all'essere.
Essere catalogati per il lavoro che fai, i metri quadri della casa, la macchina che guidi, gli sponsors che ti metti addossso tra vestiti ed accessori, il luogo delle vacanze, i titoli dei tuoi conoscenti e chi più ne ha, più ne metta.
Nei miei più recenti rapporti, non voglio sapere, per esempio, che tipo di attività svlolge il mio interlocutore (quando è possibile), perchè mi interssano le persone nel loro essere, non per il loro stato sociale.
E se queste sono "masturbazioni di un'anima adolescente rimasta imprigionata in una pelle ruvida da vecchio pachiderma", non voglio crescere, perchè non provo alcun interesse per quello che potrei scoprire (anche perchè non avrei nulla da scoprire).
Michele:
ok io mi riferivo " alla mia masturbazione" ma fa piacere sapere che esiste ancora qualcuno che ti fa ricredere e ti aiuta a non rinunciare al sogno... è uno dei primi diritti inalienabili e forse un motivo per amare in senso più vasto ed immaginabile possibile...
Un piccolo "fiore" per voi ....Mikele
Aria e luce
Presente inconsistente, ai margini del mondo.
Aria e luce
L'apparenza del nostro essere civile
mentre ogni cosa è un prodotto ed ogni vita un cliente ed ogni vivere è niente
Aria e luce
In questo confuso caos ordinato creato dall'essere umano auto gestito e clonato
Aria e luce
Illusione di moto perpetuo dal vuoto autoalimentato
Aria e luce
Si procede senza rotta e senza vedere le stelle
senza aspirazioni oltre il nostro video al naso
contenti come siamo della nostra infelicità sottile
che scambiamo per una cattiva digestione
che chiamiamo stress che sopportiamo con frustrazione
Aria e luce
Turisti che non sanno viaggiare
affamati senza gusto del cibo
Aria e luce
Fotografia astratta di una vita trasformata in essenza
Aria e luce
Riprodotta da uno schermo globale capace di simulare la realtà di un'astrazione
per renderla appetibile nel mercato del quale siamo i nuovi schiavi
per un surrogato di emozione
Aria e luce
Uomini senza misura e senza amore, non ci conforti il vivere senza il sudore
e con le pillole che non fanno avvertire dolore.
Aria e luce
Che strano ….
Fermando l'orologio multinazionale…
la clessidra televisiva…
l'orgasmo multimediale…
Aria e luce
Che strano…
Leggero bagliore al quale stento ad abituarmi

Aria e luce odore di fresco e di pulito
Aria e luce senza generatore forzato
Aria e luce senza simulatore virtuale
Aria e Luce….
per cominciare a volare.
Nanni:
Mike, non volando troppo in alto, ho imparato ad essere "naturista" nudista dell'anima. ce l'ho piccolo? è vero ma non mi misuro da mo' col cm! e ci ho guadagnato!
Discorsi complessi.
Stamattina provato a tentare alcune riflessioni, un black out della rete mi ha castrato. Ora saturo di sole, salmastro, ricci cozze, intensità di stupende persone che hanno condiviso con me questa profumata giSolo una nota, Mike! questo non è uno spazio per voli estetico- pindarici! se non riesci a dirti, non"intronare! Please!!
Michele:
Chissà perché penso di aver ereditato la “sindrome di Armida” cioè soffrire in modo esagerato dei giudizi delle persone come te.
Comunque mi accorgo che effettivamente sto perdendo la capacità di critica e forse anche un po di aderenza con la realtà.
Sono tardo a comprendere e quando penso di comprendere , entro malamente ed a gamba tesa nelle cose, detto questo nel merito:
Ho provato a comprendere il perché della tua mail(cosa che ti ho scritto e chiesto) non sono abituato a luoghi di discussione dove ci si racconta e forse non sono proprio capace di raccontarmi.
Sui termini, perché le parole hanno un senso:
“Estetico”: penso, si banalmente estetico, con la presunzione di esserlo perché alla fine di una giornata storta e di merda mi aggrappo a ridicole illusioni di poesia.
“Pindarici”: anche questo possibile, la concretezza delle cose che sto vivendo mi richiede compensazioni cosi sommo atteggiamenti sciocchi ad atteggiamenti inutili.
Caro Nanni, mi rendo conto che approfitto delle tue vacanze, che non ci conosciamo quasi per nulla e che penso sempre di fare grandi cose con il risultato che poi vedi.
Sarà che, se oggi elimino anche queste sovrastrutture, mi sembra proprio un bilancio fallimentare, ma certamente me lo merito ed è ben poco quello che mi resta.
Comunque senza tanti piagnistei provo a ricominciare da li.
Scusa se ho questa poca capacità di reazione e di opportuna comprensione, spero che tu trovi il tuo meritato riposo senza dover assecondare funamboliche presenze.
Grazie comunque anche della critica poco cotta anzi direi “al sangue” cercherò di farne un buon uso un abbraccio Mikele .
Nanni:
Mike, non prenderlo come un rifiuto. Non giudico te, chiedo solo di non "invadere"ed "appesantire" il confronto nel gruppo. Forse mi sono sbagliato ma ho percepito il tuo intervento precedente come un po' roboantemente eccessivo. Se no disturba gli altri del gruppo però ogni intervento è lecito!
SCUSATE IL RITARDO....RICOMINCIO DA TRE..
Stavo conludendo sui commenti di F.B. Ma, un inghippo di rete, mi ha cancellato tutto....grrrrr!
Che Santa patiencia mi tenga una mano sulla testa di c....!!!
Tirem innanz!
Abbiate pazienza e scusate il logorroico (eru-dito), pre-s-untuoso, pistolotto!!! sopportatemi!
BENEVOLO DIS-ACCORDO CON ANDY:
1)Rapporti virtuali\reali. Mi parte che alcuni web-rapporti siano più veri di molti rapporti reali. L'incontro concreto con persone (uomini e donne) conosciuti in rete mi ha fatto toccare con mano che la rete è "una comunità reale con mezzi virtuali";
2)Non rischiamo di confondere lo strumento col contenuto delle relazioni. Pensiamo al Tel e alle lettere. Rapporti a lungo, a tratti, a volte quasi solo epistolari sono tutt'altro che "virtuali. (Freud\Fliess-De Beaouvoir\Sartre-Miller\Anais Nin.....)
3)Sulla questione della "commistione"gruppi\quotidianità: Nei gruppi A.M.A., in A.A., fin'anco nei CAT, l'essere comunità reale, il diventare tribù solidale,luogo pulsante, sofferente, ironico, rispetto alla dispersione anonima-anomica dei non luoghi,è ciò che esplicita le potenzialità autoterapeutiche dei gruppi.L'incontro formale acquista speso specifico, incisività, leggerezza in quanto nutrito, anche, dai sottogruppi\incontri informali, che si intrecciano, si allargano si intensificano tra un gruppo e l'altro. Lo spirito del Gruppo, il non giudicare le persone ma i comportamenti,l'imperativo categorico della non strumentalizzazione reciproca, esportati dal "setting" degli incontri canonici permettono di sperimentare, nel cuore, nella mente e nella carne, modalità altre di in-contro,rispettoso, intenso, vero;
4)Per quanto riguarda i gruppi "terapeutici" più "strutturati, mi rifaccio alle mie esperienze concretamente vissute( Psicodramma analitico -Morel- ,Psicanalisi di gruppo- S.Resnik-,Cartel lacaniani- Genie Lemoine,ecc...)in cui, in modalità differenti, i partecipanti, divenuti in qualche modo coterapeuti,fanno interagire gli incontri "protetti", sotto la guida del terapeuta,con incontri informali, costituendo reti di scambio non rigide ma elastiche [Speck]
5)Basaglia ci diceva:" riusciamo a fare tutto ciò perche, lavoriamo, studiamo,beviamo, mangiamo...scopiamo insieme!"
6)nell'Inghilterra elisabettiana, ancora pervasa dall'imprinting del puritanesimo vittoriano, fino agli anni 70, se si costituiva una coppia "ufficiale" uno dei due DOVEVA lasciare il servizio. La norma crollò xchè stimolava solo clandestinità generatrice di implici equivoci;
7)Pensiamo alle coppie " feconde" (Franca Ongaro\Franco Basaglia-Simone De Beaouvoir\Sartre-i coniugi Cancrini-i Curie-Mitchell e la moglie_ Laing\Cooper-Deleuze\Guattari, ecc....)
8)Amici\colleghi-colleghi\amici- colleghi\amanti. L'importante è non confondere i piani [Studio di Analisi Psicosociale( Kaneklin,Orsenigo, Capranico, Olivetti Manoukian)]
9)Certo un\a facilitatore\trice, un\a terapeuta, financo un\a responsabile di servizio devono ben tenere presenti gli Assunti di Base, di Bioniana memoria che sono la vita di ogni gruppo, che assunti e gestiti ne costituiscono l'inconscio e che,se non riconosciuti e metabolizzati, impediscono ai gruppi di funzionare da "Gruppo di Lavoro"! (*)

APPELLO AI MASCHIETTI:
Perchè continuiamo a delegare alle "femminucce" la gestione dei sentimenti?
perchè abbiamo paura della nostra nudità?
Perchè teniamo i calzini(orribili!)?
Perchè dobbiamo sempre "misurarcelo?
Perchè temiamo la ricchezza delle nostre fraglilità?
(*) VEDI TRA LE MIE NOTE "ASSUNTI DI BASE" W.R.BION
Michele:
Tranquillo.. penso tu abbia ragione. non voluto ma rileggendo penso sia così.
Andy:
Risponderò con calma se riesco questa sera temo un pò sul tardi perchè ho solo una pausa pranzo di 40 minuti e questa sera sono ad un concerto... per cui già chiedo venia per la mia tarda risposta... Nei punti 1-2 sulla tipologia dei rapporti e dei mezzi di relazione mi trovo concorde con te e non mi sembra di aver fatto distinzioni tra reale/virtuale ma ho semplicemente fatto riferimento ad una mia esperienza gruppale passata e non a quelle qui su internet o in chat. E spogliandomi delle mie vesti e degli eventuali riferimenti bibliografici od esperienziali sull'argomento... posso solo dire che se sei in un periodo di fragilità emotiva... sei come una spugna che assorbe emozioni e quando sei in quello stato a volte non è facile essere cosi bravi come in teoria si dovrebbe essere nel riuscire a tenere separati i piani (rif.pto 8)... così in questi casi una pausa ed un allontanamento possono aiutare a ristabilire la lucidità e a non confondersi. Ma adesso devo scappare!!! Il lavoro mi chiama ahimè!!!! Vorrei poter rimane qui ancora un pò... Spero di poter rispondere con più calma più tardi.
Nanni:
Credo ci siamo capiti! un abbraccio Andy!

venerdì 9 luglio 2010

Ricevo da Laura e, autorizzato, posto!

Laura Po 09 luglio alle ore 19.40
Ciao, Nanni.
Nel penultimo incontro del gruppo, avevi chiesto ad ognuno di noi di scriverti una riflessione sul gruppo A.M.A. in Skype.
Io sono nuova, lo sai, e non ho mai partecipato a questi tipi di incontri neanche nei blog, quindi non credo potrò esserti molto d'aiuto.
Il clima che si crea quando ci incontriamo è esattamente lo stesso che c'è quando si telefona ad un amico/a. Non si parte con un tema prestabilito, non ci sono aspettative, ma parlando del più e del meno, come fra amici, escono fuori i problemi, i dolori o le gioie di qualcuno.
A volte è facile parlare, a volte un po' meno, ma quanto fa bene sapere che qualcuno ti sta ascoltando, sentire una o più voci che ti rispondono, ti contrastano, ti confortano!
Durante la notte che segue, mi sembra di stare in un vortice e sento che mi rimbalzano addosso voci, colori, frasi. Niente di definito, nessun particolare riferimento all'incontro appena conclusosi, ma è come se tutto dentro di me fosse in movimento.
Evidentemente i temi affrontati, il modo di affrontarli e i toni usati, muovono qualcosa di sopito che a volte viene collocato nel suo giusto posto e a volte lascia lo spazio alla riflessione nei giorni che seguono.
Quello che mi sconcerta, ma forse è giusto così, è che da questa grande confidenza, a volte intima, che si crea durante l'incontro tra i partecipanti, segue un silenzio, quasi una ritirata nella propria oasi, da parte di tutti nel corso della settimana che segue.
Certamente è giusto così, l'incontro è un momento voluto di confronto, ma io percepisco fortemente questo contrasto.
Sarebbe interessante, come abbiamo detto tutti, che nel gruppo ci fosse un equilibrio di presenze tra uomini e donne.
Ti auguro splendide vacanze, Salutami Voglio Una Bibita :))
Un abbraccio
Laura

martedì 6 luglio 2010

http://amaeleusi.ning.com/notes/Pensieri_torridi?xg_source=msg_mes_network

domenica 30 maggio 2010

Dal dolore alla violenza

Intervento del dott. Nanni Pepino sulla violenza di genere, che non assolve ne accusa nessuno, ma induce alla riflessione.

Musica, aromi e colori per combattere l'ansia


di Paola Felici


Attacchi di panico, ansie, fobie, paure e stress tutti stati d’animo che ci accompagnano nell’arco dell’esistenza come i più insidiosi dei nemici. Arrivano senza preavviso, nei momenti in cui ci si trova di fronte ad una situazione per la quale pensiamo di essere sforniti delle abilità adatte a superare una particolare prova.

Situazioni che possono essere sociali, ad esempio l'entrata nel mondo lavorativo, o personali, come il desiderio di costruire una famiglia. Ci si sente inadeguati e incapaci, non ci si sente consapevoli di essere all'altezza, benché tutti i parametri (ad esempio età fine degli studi, partner) ci indicano che siamo pronti.

Come comportarsi, dunque? Non esiste un metodo universale e assoluto che possa essere adatto ad affrontare la situazione in modo che non degeneri nell'attacco violento. Da molti anni si studiano rimedi e cure tramite alcune tecniche di "armonizzazione", che usano suoni, colori e aromi.

Sappiamo bene quanto la colonna sonora di un film possa provocare emozioni di diverso tipo. Il suono forte e ritmato incute paura e stato d’agitazione, mentre una musica soave e delicata, induce a vivere uno stato emotivo rilassante e sereno. Oppure ben conoscono l'utilizzazione di un colore rispetto ad un altro, coloro che si occupano dell'architettura, un tono che può essere diverso a seconda di ciò che si vuole andare proporre e a raccogliere.

Difficilmente in un grande magazzino prevarranno tonalità di colori rilassanti che assopiscono la mente e il corpo, verranno, invece, scelti tonalità di colori che guidano al movimento e all'attivazione dello stato vigile, con sottofondi musicali ritmati che non lasciano spazio a pensieri e ragionamenti, ma solo all'azione. In una cena romantica si usa accendere candele rosse, nelle compagnie aeree la tappezzeria è composta non da colori che stimolino l'azione, ma bensì che aiutano a rilassarsi. Ma questo non è altro quello che da anni si conosce con il nome di induzione subliminale.

In senso più scientifico, le vibrazioni dei suoni e dei colori, vanno ad agire sui nostri sensori percettivi. È stato dimostrato che le variazioni del numero di impatti sull'occhio, influiscono sull'attività muscolare mentale e nervosa. Questo significa che è sufficiente sottoporre una persona per cinque minuti a un dato colore perché la sua attività mentale e muscolare cambi in maniera evidente.

Gli egiziani usavano una stanza dove le persone potevano attingere al loro colore mancante a scopo di guarigione. Colori e musica, vengono utilizzati per la riabilitazione dei malati e anche dei carcerati.

Un altro fattore importante è quello degli aromi. L'olfatto si genera dalla parte più antica del cervello, ed è l'unico senso a seguire una via senza intermediari. Dalle narici, infatti, va direttamente nella parte più rostrale del cervello dove diffonde il beneficio aromatico. L'olfatto ci porta a contatto con la parte più antica dei nostri ricordi, quelli inconsci. Come per i colori e per la musica, anche gli aromi hanno la proprietà di acquietare ed equilibrare stati di agitazione e di affanno, aiutano nella concentrazione e guidano nella guarigione.

Aromi, suoni e colori sono fattori importanti ma non sufficienti a controllare le situazioni di tensione dell’organismo. Ma se questi sono aggiunti ad una tecnica quale quella del training autogeno, che aiuta a rendere l'individuo capace di conoscere e guidare le proprie sensazioni fisiche ed emotive, vanno a formare nella memoria situazioni pacifiche e controllabili, che nel tempo e con il giusto allenamento, riescono a far dissolvere lo stato di tensione-paura che si presenta in ognuno di noi.

martedì 25 maggio 2010

Mammanarchica ovvero l’anarchia di mamma Francesca


di Milena Galeoto

C’è una schiera di mamme on-line, di forum al femminile, nei quali, ahimè, si assiste allo scambio di dosaggi farmacologici o rimedi naturali per combattere la depressione post-partum”. Poi, grazie al cielo, emergono blog di mamme ironiche, di quelle capaci di strapparti un sorriso e farti ritrovare la serenità di sbagliare in santa pace. Mamme fuori dai comuni manuali, capaci soltanto d’incrementarti i sensi di colpa, di non farti sentire all’altezza, solo perché tuo figlio, ad esempio, non gattona o ancora fa la cacca addosso a soli due anni. Mamme che, finalmente, mostrano con ironia che mamme non si nasce, che sono i figli a suggerirci cosa è meglio per loro, ascoltando anche le bambine che sono in noi.
Tra queste c’è Francesca e il suo essere mamma Punk, quello stesso Punk che ha reso il “rock classico”, molto più coinvolgente, colorito. E ti ritrovi Francesca-Romana-Gallerani-Punk, sulla home di un social network come fb, ritratta in “lezioni di Bigbab”, tra le strade di Genova ad aspettare il papà che, prontamente, commenta di fronte all’immagine del figlio che gonfia un enorme pallone di gum: “il mio bambino...il mio bambino.” E capisci che l’essere genitori è gioia condivisa quando riesci a viverla attraverso il tuo stesso essere bambino.
Immagini e stati molto eloquenti che farebbero bene alle mamme che hanno paura di sbagliare, rinchiuse in quegli schemi che tolgono ossigeno ai loro bambini.
E’ l’autoironia di Francesca, l’eredità preziosa che stimola l’intelligenza dei suoi figli in maniera vitale e costruttiva.
Naturalmente, non tutti colgono l’educazione punk con ironia e non sono pochi quelli infastiditi dalla sfacciataggine di chi è capace a sconvolgere i modelli sociali con una così disarmante naturalezza.
Non sono poche le mamme che mi scrivono in privato, attraverso il blog di A.M.A.TI, nato con l’obbiettivo dell’auto-mutuo-aiuto. Molte di esse, si sentono smarrite, svuotate, lamentano l’assenza del compagno piuttosto che degli amici, familiari o istituzioni.
Uno dei miei consigli, oltre al supporto reciproco che possono ottenere dal blog A.M.A.Ti, durante il nostro incontro settimanale, “a voce”, su Skype, è quello di dare una sbirciata ai vivaci articoli dell’anarchica mamma Francesca-Romana-Punk e al messaggio celato dietro la sua ironia al vetriolo: tramutare il ruolo di madre, in esperienza di vita condivisa, occasione di crescita, condita con una sana leggerezza.
Insomma, non prendiamoci troppo sul serio, direbbe Francesca e mi raccomando, niente mimose e niente feste delle donna e bambini ingessati da adulti che cantano come Al Bano, per carità, meglio una sana bigbubble scoppiata in faccia, scorazzando per i parchi di Genova.

http://mammanarchica.wordpress.com/

mercoledì 19 maggio 2010

Empatia, attaccamento e cura dell'altro


di ROSALBA MICELI



L’empatia (letteralmente “sentire”) è l’esperienza, per dirla con Edith Stein, “alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro” agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, e una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Come spiegare il comportamento empatico? Negli ultimi anni questo aspetto di “affiliazione con il prossimo” è divenuto oggetto di indagine scientifica al confine tra evoluzionismo, etologia, genetica, neuroscienze, psicologia e sociologia.

Lo sviluppo dell’abilità empatica appare in relazione all’attaccamento. In accordo alla teoria dell’attaccamento sviluppata dallo psicoanalista britannico John Bowlby, l’attaccamento è una dimensione della mente umana che si organizza a partire dalle prime relazioni tra il neonato e chi si prende cura di lui (caregiver). Una delle funzioni primarie della relazione di attaccamento è la regolazione degli stati del bambino, in particolare degli stati affettivi. I bambini con un attaccamento “sicuro” sanno di poter contare sulla disponibilità del caregiver come “base sicura”, fonte di conforto e cure in situazioni di stress. Di contro, i bambini con un attaccamento “insicuro” sperimentano una condizione in cui la figura di attaccamento non è sufficientemente responsiva ai loro bisogni. “Senza attaccamento non esiste empatia - afferma Boris Cyrulnik, direttore delle ricerche in etologia all’Università di Tolone - provare interesse al mondo degli altri richiede l’abilità di non essere centrati su se stessi. Abbiamo bisogno di una base sicura per provare il piacere dell’esplorazione. Quando siamo supportati da un attaccamento sicuro possiamo sviluppare l’abilità empatica, qualche volta troppo, come nel masochismo, o non abbastanza, nella condizione che porta al sadismo” (Boris Cyrulnik, Di carne e d’anima, Feltrinelli).

Di contro, la vicinanza affettiva alimenta l’empatia: gli studi etologici indicano che i delfini, gli elefanti, i canidi e la maggior parte dei primati rispondono alla sofferenza degli altri, in particolare al dolore provato da un animale con il quale hanno instaurato un legame di attaccamento. In un esperimento significativo, effettuato alla McGill University, due topi venivano collocati all’interno di tubi di plastica trasparente, in modo da potersi osservare a vicenda, e sottoposti ad un trattamento (iniezione di acido acetico) che ne provocava un leggero mal di stomaco ed un conseguente contorcimento. Il primo topo manifestava un’intensificazione della propria esperienza (si contorceva di più) se anche l’altro si stava contorcendo. Ma avveniva solo se i due topolini erano stati in precedenza compagni di gabbia.

In campo umano, ricordiamo un classico esperimento condotto su giovani donne sane dal gruppo di Tania Singer presso il Laboratorio di neuroanatomia funzionale dell’Università di Londra: le donne vennero sottoposte a fMRI mentre i ricercatori praticavano una leggera scossa al dorso della mano. In una fase successiva, erano avvisate mediante uno stimolo visivo che il loro partner, che si trovava nella stessa stanza, stava ricevendo uno stimolo doloroso analogo a quello che loro avevano sperimentato in precedenza. I risultati indicavano che nelle donne alcune aree deputate alla percezione del dolore (corteccia cingolata anteriore, insula anteriore) venivano attivate sia quando la scarica era somministrata alla propria mano sia quando si rappresentava mentalmente la sofferenza del compagno. Inoltre le volontarie che ottenevano punteggi più alti in due scale di empatia emozionale presentavano una più intensa attivazione di queste due aree mentre il partner subiva la stimolazione dolorosa.

L’empatia è congruente con il prendersi cura, sostiene Martin Hoffman, professore di psicologia alla New York University, uno dei più autorevoli studiosi nel campo dell’empatia. Il principio del prendersi cura non si riferisce ad una condizione particolare; come altri principi morali, rappresenta un valore fondamentale. Il principio di cura e l’empatia, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, si rafforzano a vicenda. “L’essere umano ha bisogno di essere preso in cura, ma nello stesso tempo di prendersi cura - spiega Luigina Mortari, ordinario di Scienze dell’Educazione presso l’Università di Verona (nell’articolo “La qualità etica della cura”, Scuola e Formazione, Anno XIII, n.3) - ha bisogno di prendersi cura per costruire significato nella sua esistenza: l’essere umano costruisce un orizzonte di significato prendendosi cura del campo vitale in cui viene a trovarsi. In questo modo si può dire che il fare realtà, ossia mettere al mondo mondi di esistenza, dipende dalla cura”.

Empatia, attaccamento, aver cura dell’altro, costituiscono un circolo affettivo che si autoalimenta e si amplifica estendendosi a mano a mano a individui al di fuori della proprio ambiente familiare o sociale: più entriamo in intima relazione con gli altri, in un processo di riconoscimento e rispecchiamento reciproco, più aumenta la nostra sensibilità empatica e più ricco ed universale diventa l’ambito di realtà a cui abbiamo accesso.

domenica 7 marzo 2010

l’essere-psichiatrachiama in causa l’uomo nel suo insieme e ve lo impegna.


“All’esser-psichiatra appartiene cioè – e qui naturalmente noi non intendiamo riferirsi all’essere di ciò che si suol chiamare , ma piuttosto all’essere psichiatra in quanto tale- il discernimento che nessuna globalità, e men che mai l’uomo , può essere mediante l’approccio ovverosia mediante i metodi propri della scienza.. Da tutto ciò deriva che l’essere-psichiatrachiama in causa l’uomo nel suo insieme e ve lo impegna. Mentre in altri rami della scienza è ammissibile che si possa distinguere più o meno tra loro la professione e l’esistenza e,come si suol dire, trovare in una qualche forma di dilettantismo, in una qualche forma di partecipazione scientifica d’altro tipo, nella filosofia, nella religione, nell’arte,l’essere psichiatra reclama in certo modo anche l’esistenza dello psichiatra; perchè laddove l’incontro e l’intesa comunicativa consentono il raggiungimento del fondo e della base per tutto ciò che può essere considerato come sintomo di malattiao addirittura come malattia e sanità in generale, laddove non esiste nulla di umano che non possa essere giudicato- positivamente o negativamente – nel senso di una circostanza di fatto psichiatrica, là anche il dilettantismo, la scienza, la filosofia,l’arte e la religione possono dover essere progettati ed interpretati come possibilità ontiche e progetti interpretativi della propria esistenza”.
In Psichiatria e Territorio Vol.7 Num.1 Anno1990 Pagine136
Prezzo 15 euro

giovedì 11 febbraio 2010

AUTO MUTUO AIUTO

“Buon giorno,” disse il piccolo principe.
“Buon giorno,” disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete…
Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe?
“E' una grossa economia di tempo,” disse il mercante.
“Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano
cinquantatré minuti alla settimana.”
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa quello che si vuole…”
“Io,” disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere,
camminerei adagio adagio verso una fontana…”

(Il piccolo principe - Antoine de Saint-Exupéry)

I gruppi di Auto Aiuto come sostegno.

La cultura e la pratica dei gruppi di auto aiuto stanno diventando risorse sempre più importanti e vicine ai cittadini.

L’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) li considera fondamentali per ridare agli stessi cittadini responsabilità e protagonismo, per cercare di migliorare il benessere della comunità.
Ed è proprio nel principale rispetto di tali finalità che l’ALPA (Associazione Liberi dal Panico e dall’Ansia ) ha istituito i gruppi di auto aiuto, su tutta la rete nazionale.

L’auto aiuto è un metodo che aiuta a conoscere se stessi attraverso gli altri. Il suo valore terapeutico è caratterizzato prevalentemente dal fatto che ognuno è contemporaneamente fornitore e fruitore di aiuto.

La partecipazione al gruppo offre l’opportunità di incontrare altre persone che vivono lo stesso disagio ( ansia e panico), di condividerlo e di ritrovare la forza per riaffrontare positivamente la propria vita.

Il gruppo di auto aiuto, se da un lato ci dà la possibilità di mettere a nudo la paura del panico affinché quest’ultimo non resti dentro di noi a massacrarci e a portarci dove vuole lui, dall’altro ci insegna a conoscerlo, a non temerlo per poterlo ascoltare, a viverlo per trasformarlo, con consapevolezza e senza timore.

I membri del gruppo sono un gruppo di pari: è il fatto di vivere, o di aver vissuto, una stessa condizione che definisce l’appartenenza al gruppo. Nel gruppo si condividono le proprie esperienze, si impara ad ascoltarsi e a relativizzare il proprio vissuto.

Il sentirsi accettato nel gruppo può contrastare il senso di solitudine che il disturbo di panico talora, fa sperimentare in famiglia e/o nei rapporti sociali.

Nel gruppo di auto aiuto si può parlare liberamente dei propri vissuti e sentirsi capiti profondamente e in modo totale.
L’auto aiuto, infatti, funziona attraverso la relazione di ascolto, un ascolto profondo e attivo che soggiace ad una regola assoluta: la sospensione del giudizio e pregiudizio sull’altro che si sentirà, pertanto, incoraggiato ad esprimersi liberamente e più facilitato al superamento della vergogna……..Quella vergogna che generalmente si prova nel disturbo di attacco di panico. L'ascolto attivo si basa sull'empatia e sull'accettazione, si fonda sulla creazione di un rapporto positivo ed è caratterizzato da ''un clima in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa'' e, comunque, non giudicata……

Nel gruppo è prevista la presenza di un “ facilitatore della comunicazione o Helper”, un conduttore il cui ruolo è complementare al ruolo dei partecipanti e che offre come risorsa nella relazione d’aiuto, il suo vissuto personale derivante dalla trasformazione della sua malattia in guarigione. E non solo: svolgere il ruolo di helper accresce il senso di controllo ed autostima ed innalza la considerazione positiva delle proprie capacità. L’helper non assume atteggiamenti da psicologo o psicoterapeuta, non si ritiene più abile degli altri, ma favorisce la crescita di ognuno percependola e facendola percepire all’intero gruppo.

domenica 7 febbraio 2010

Le donne e la depressione

MILANO - Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un'italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una su quattro. Un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale sulle donne e la depressione, promossa dall'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all'Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.

LE RAGIONI - Perché tanta paura? «Le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l'ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure», risponde Francesca Merzagora, presidente di ONDa. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Anche una revisione di studi che hanno coinvolto oltre 700 pazienti, condotta dall'università della Pennsylvania e pubblicata a gennaio su Jama, ha alimentato dubbi, ipotizzando che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi più gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. «Nelle depressioni di grado lieve, farmaci e psicoterapia si equivalgono; talvolta è più utile la psicoterapia — commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze all'ospedale Fatebenefratelli di Milano —. In caso di depressione moderata o grave gli antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi e in un altro 36% vede l'entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all'80%». Questo le donne non l'hanno capito: molte certo ricorrerebbero alla psicoterapia, benvista dall'85% delle intervistate, o ai gruppi di auto-aiuto, che riscuotono la fiducia dell'80%. Solo una su due, però, crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati li apprezza un pò di più.

SOLO LA METÀ SI CURA - «Poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Così, a un mese dall'inizio delle cure il 30% ha già gettato la spugna e solo uno su tre segue la cura quanto e come si deve — spiega Mencacci —. Nelle donne accade anche perché per motivi biologici c'è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l'età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato: da qui le ricadute, gli insuccessi, la sfiducia. E la paura». Leggendo i dati raccolti da ONDa c'è però qualcos'altro che balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa per essere malate. Ancora lo stigma? «Purtroppo sì — risponde lo psichiatra —. Le donne, che della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di un'altra patologia "tangibile". Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa». Tanto che spesso scelgono di non parlarne con nessuno: nel 2010, una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. E non guarisce da una malattia che si può e si deve curare.

mercoledì 3 febbraio 2010

Dal Narcisismo alla Socializzazione nella Comunicazione OnLin



http://www.facebook.com/photo.php?pid=4820964&id=755322570&comments&alert


Una "esternazione donativa" dunque, che nasce dal desiderio di esprimere e condividere e che viene oggi di molto facilitata dalla Rete, un mezzo che Ignazio Licata definisce infatti giustamente "un catalizzatore ed un possibilità"

Un mezzo, come dice Graziano Terenzi, che "mettendo in comunicazione interattiva le persone puó aiutare ... a costruire un orizzonte di senso condiviso ... (portando anche) ... a processi di collaborazione su attivitá concrete"

E quello della "collaborazione" mi sembra un concetto chiave, che descrive la possibilità di superare ulteriormente i limiti cutanei del nostro Io (si veda "l'Io Pelle", di Anzieu) e tutti i vincoli solipsistici e narcisistici, permettendo di mettere fianco a fianco le comunic-azioni personali e di interpolarle e mescolarle fino alla costruzione di un "campo mentale condiviso"

Come accade in tutti gli insiemi gruppali; del resto anche descrivendo i gruppi parliamo di "rete matriciale psicodinamica" e d'altra parte la Rete è un grande campo gruppale (e rimando in proposito alla mia nota precedente "La Gruppalità Mediatica e la Comunicazione on-line" http://www.facebook.com/note.php?note_id=52273194506)

Un immenso campo gruppale, dicevo, spesso fragilmente sospeso tra l'esibizione e la collaborazione, sotteso da un "mezzo digitale sociale" in continua e rapida evoluzione, dunque anche un campo mentale (reale e non solo virtuale) in continua trasformazione, nel quale, come suggerisce Susanna Garavaglia, "siamo gli apripista di qualcosa che diventa vecchio ad ogni suo respiro, questo é il punto che genera confusione e perplessità"

Ma qualcosa ci spinge ad andare avanti donativamente, nonostante il caos, gli strappi, le diffidenze e le difficoltà della CMC, esponendoci a volte anche più di quanto faremmo in una situazione gruppale di incontro fisico e appoggiandoci con speranza alla Rete; superando spesso anche i limiti della privacy, per uscire dall'isolamento solitario e trovare nella gruppalità digitale un rispecchiamento e/o un con-fronto

Come nella nota di Mario Esposito descrive anche Corinne Pulce Colorata: "La riservatezza viene sacrificata al desiderio di rappresentarsi, al tentativo di non essere solo un anonimo di passaggio!"

In questo sforzo collettivo di esternazione autopoietica rappresentazionale e semantica, nel tentativo di passare da un donativo accostamento di singole "visioni narcisistiche" ad una fattiva "collaborazione socialistica", si pone però prepotentemente il problema dell'autenticità come unica dimensione che può rendere fertile il campo condiviso delle comunicazioni e delle interazioni

E su questo punto Diletta Morgan ci invita a riflettere sul fatto che "L'autenticità esiste solo se è portata fuori, ed è quindi condivisa. Ci si trova nella cultura del relativismo, perciò ognuno ha la propria idea e ne fa sfoggio, particolarmente sul web, reiterando gli stessi soggetti quasi a rinforzare le mura di quanto va affermando. Il confronto aiuta a essere meno monolitici, a mettere in discussione un'idea e talvolta, se sottoposto ad una critica attenta, amplia le vedute" ... (anche se, qui in Rete) ... "Parlare con persone che non conosci è molto difficile, ma piano piano puoi acquisire un senso di familiarità. E' un lavoro di costruzione lento e progressivo. Richiede grande pazienza e abilità ad ascoltare. Ognuno decide quale sia la parte di sé comunemente cedibile in una discussione di gruppo ... considerando il rischio, che le informazioni che condividiamo, possono essere osservate da altri. Il nucleo di una persona difficilmente si rivela, tuttavia qualche eccezione è possibile ... come nella vita reale"

Proporsi in piena autenticità significa superare i limiti della nostra stessa "identità di facciata", significa proporre anche qualcosa di profondo e di fortemente emotivo, che proviene dal nucleo stesso del nostro essere, dall'intimità dell' "autos", che si trova spesso ben nascosto e protetto nel centro affettivo e vitale di noi stessi ... mentre ciò che più spesso accade nella comunicazione è solo il reiterativo proporsi di tracce più o meno cristallizzate del nostro "idem", nel tentativo "narcisistico negativo" di se-durre gli altri e riaffermare pezzi di corazza della nostra identità e produrre negli altri una confortante identificazione e un rassicurante rispecchiamento

Il desiderio di comunicare in piena autenticità invece si basa su uno sforzo di esternazione più partecipata, ovvero su una componente "narcisistica positiva" che porta a uscire dai limiti protettivi e conservativi della propria pelle, a superare le identità di facciata, a proporsi veramente, disposti anche a perdere la faccia, pur di raggiungere il cuore degli altri


E sappiamo che la Rete, anche e forse proprio in assenza di contatto fisico ecc ecc, favorisce spesso una comunicazione più autentica e più "immediata", ovvero, giocando sulla parola, più "non mediata" dal controllo o dal bisogno di esibire il proprio pensiero e/o lasciare un segno di perfezione, sia nel senso che di uno sporgersi pieno di desiderio di contatto virtuale che avviene "nei-media" (e il vero virtuale si trova in fondo proprio nelle rappresentazioni della realtà, fisica o digitale che sia, che entrano in risonanza nel profondo della nostra mente nel momento del contatto inter-attivo con altre menti); così come è vero che la Rete favorisce nuove modalità, più autentiche, di proporre le molteplici particolarità della parte più vera e profonda (autos) della nostra identità

Come scrive Luisa Ciancimino, "Il fatto di essere on oppure off line secondo me è relativo, in quanto è ovvio che nell'una e nell'altra modalità si esprimono comunque ... 'Identità'. Il web di certo apre la strada di un nuovo concetto di identità cosi come un'altra prospettiva da cui 'concepire' il concetto di società.é indubbio il potere disinibitorio della comunicazione mediata al computer (CMC) e la sociologia dei new mwdia offre svariati spunti e punti angolari da cui iniziare l'osservazione di quello che da più parti è definito il Mondo virtuale. Il web apre le porte alle multi identità così come al contempo apre a nuovi modi di condividere la conoscenza, le opinioni, le idee, la cultura"

E ancora sui concetti di narcisismo negativo (autocentrante o confermante) o positivo (socializzante e trasformativo) intervengono prima Anna Schettini: "Esiste un narcisismo che si fonda sull'anaffettività, che esclude, non costruisce relazione; esiste un narcisismo che invece è certezza della propria identità, che si afferma costruendo senso e relazione. Un narcisismo che si oppone al "conformismo" del pensiero omologato e indotto"; e poi Mario Esposito: "Empatia, narcisismo "positivo", rivalutazione dei rapporti umani senza "tornaconto": è già abbastanza per amare la rete e le opportunità di scambio culturale ed umano che offre"

A tutto questo vorrei aggiungere brevemente qualcosa, partendo da un esempio che faccio spesso quando parlo della "comunicazione circolare nei gruppi", proponendolo come metafora del possibile superamento di quelle caratteristiche negative del narcisismo, che quando prevalgono tendono solo a con-fermare, saturare e irrigidire la comunicazione, nonché come metafora di quelle caratteristiche positive della esternazione personale, che permettono invece il costituirsi di un campo mentale condiviso fertile e trasformativo

Forse molti di voi conoscono quel gioco infantile, presente in moltissime parti del mondo, che viene anche chiamato "culla di spago", quel gioco in cui si prende un pezzetto di spago di una cinquantina di cm, lo si chiude ad anello e poi con arte lo si prende tra le dita delle due mani, a comporre una figura che sembra per l'appunto l'intreccio di una culla

A questo punto si tendono le mani in avanti e un'altra persona prende con le proprie dita lo spago, infilandole di nuovo ad arte in alcuni precisi punti dell'intreccio e poi allontanando le mani, fino al costituirsi di una nuova figura; e così via di seguito, finchè si riesce a formare nuove figure

Questo gioco mi sembra dare bene l'idea che ciò che il singolo può proporre in un certo momento in un gruppo, come usuale o meglio attuale o momentaneo proprio punto di vista, nasce dallo sforzo di dare forma in quel momento ai propri pensieri, per poi esibire, in modo narcisistico positivo tale forma, proponendola agli altri ... ma non come oggetto rigido e immutabile, bensì come spunto donativo di riflessione, rispeto al quale altri potranno poi, a turno, proporre i loro contributi trasformativi, in un continuo fiorire di conformazioni rappresentazionali, collaborativamente sempre più vicine alla verità (che non è mai patrimonio sclusivo di un singolo, ma solo un limite, desiderabile, ma avvicinabile solo attraverso una con-divisione delle idee, fino al formarsi, quando possibile, di una visione comune)

lunedì 1 febbraio 2010

Citta' Dei Matti domenica prossima, 7 febbraio..ore 20.45...la prima puntata di "C'era una volta la città dei matti..."....tutti su RAI UNO!!!!!!!!!

L’antieroe che liberò i matti val bene questo film

di Toni Jop

C’era una volta Franco Basaglia. E allora? Non è un santo, non è un Papa, non è un grande condottiero ma il suo antieroismo è stato il più potente motore di cambiamento della nostra storia recente: se ne accorgerà il pubblico di Raiuno che per una volta la fiction di prima serata torna sulla terra per raccontare di donne e uomini uniti dalla sofferenza e dal piacere di liberarla. Franco Basaglia era uno psichiatra, un «dottor dei matti» veneziano, e da psichiatra ha distrutto i manicomi, ha affrancato la sofferenza mentale dalla prigionia, ha messo in crisi la sanità, ha messo in crisi la professione, ha messo in crisi la scienza, ha fornito un gancio formidabile alla rivolta contro le istituzioni totali, ha offerto una sponda preziosa al movimento di liberazione che friggeva negli anni Sessanta-Settanta tra le due sponde dell’Atlantico. Tutto qui: dal punto di vista dello spettacolo, diremmo, poco più di niente. Quindi ti aspetti una fiction - di questo si parla - discretamente noiosa, densa, tra l’altro, di contenuti decisamente fuori-moda nei tempi del pensiero brevissimo berlusco-leghista. E invece, seguiamo i fatti: l’altra sera «C’era una volta la città dei matti» è stato proiettato tra i legni del Petruzzelli di Bari davanti a una platea stracolma. Se l’è accaparrato con abituale fiuto Felice Laudadio, patron del BifEst barese alla sua seconda edizione. Tre ore di film - lo si vedrà in due puntate il sette e l’otto febbraio - e neanche un colpo di tosse, alla fine venti minuti di standing ovation, commozione e, ammettiamolo, il cuore più caldo per una vicenda molto corale che si sviluppa sostanzialmente tra due manicomi, Gorizia e Trieste, tappe decisive del lavoro di Franco Basaglia. Regìa intelligente e di gran livello firmata da Marco Turco, sceneggiatura smagliante dello stesso Turco, Alessandro Sermoneta, Elena Bucaccio, Katia Colja, interpretazioni ammirevoli, misurate e in qualche caso entusiasmanti: seguite Fabrizio Gifuni nei panni di Basaglia e proverete l’ebrezza che potevano erogare mostri sacri come Alec Guinness o Peter Sellers. Attendiamo smentite. Niente a che vedere con la qualità alla quale ci ha abituati la fiction, qui siamo a casa del miglior cinema italiano, è un nuovo standard. PAZIENTI TRITURATI La vicenda inizia con un «a-prescindere» stravagante e niente realistico: Franco Basaglia dichiara il suo amore a Franca Ongaro - ancillare nello svolgimento cinematografico dei fatti ma per nulla a rimorchio nella vita vera, non si può aver tutto - e da una finestra veneziana si tuffa in Canal Grande, lei lo segue. Matafora, va bene. Poi, il film riesce miracolosamente a destreggiarsi in un groviglio di situazioni, personaggi, episodi che seguono e rincorrono a grappolo gli spostamenti dello psichiatra da un manicomio all’altro. Quindi, vite di pazienti istituzionalizzati e triturati così come prescriveva la pratica terapeutica prima che Laing, Foucault, Basaglia squarciassero il sipario pazientemente tessuto dal potere su queste realtà atroci. Una «Margherita» - finita da ragazza nel tritacarne della «buona scienza» - da incanto, grazie alla bravura di Vittoria Puccini, denuda il percorso che portava all’esclusione e alla segregazione. Ma tutto il film segue un impianto didascalico che tuttavia non appesantisce la dinamica drammaturgica: serve a capire molti passaggi cruciali della storia di Franco Basaglia. Il modo in cui viene estromesso dalla carriera universitaria, il suo rapporto conflittuale con le istituzioni, la fiducia nel «fare», la teoria e la pratica del convincere. Ma anche la politica - Franco Basaglia era un «compagno» oltre che uno scienziato - e l’Italia di allora. Il suo arrivo a Trieste e il suo lavoro di smantellamento dell’ospedale psichiatrico, la creazione di una rete di servizi territoriali superando la diffidenza della popolazione, l’incessante collaborazione di formidabili psichiatri (da Rotelli a Dell’Acqua)e di altrettanto formidabili infermieri per far sì che si realizzasse la sola grande rivoluzione che l’Italia possa contare nel suo dopoguerra. Il ruolo decisivo del Pci, quello non meno importante dei radicali, l’allargarsi su scala planetaria della fama dell’esperienza triestina. La legge che abolì i manicomi (la 180 del ‘78), il passaggio di Basaglia nella complessa realtà romana, la sua morte prematura e raggelante (1980). Nessuna scorciatoia epica, solo fatti, rinominati ma semplicemente veri, accaduti. Per questo, alcune scene possono risultare forti, impegnative ma conviene guardare senza chiudere gli occhi. «Ci pensavo da tempo - racconta il regista - mi pareva un’impresa quasi impossibile, ma devo ringraziare il coraggio di Claudia Mori che ha deciso di produrre una scommessa così impegnativa. Franco Basaglia per me era un mito, la sua presenza andava ben oltre l’ambito psichiatrico, ho cercato di far parlare i fatti, i personaggi che lo hanno circondato». Fabrizio Gifuni riflette: «In questo film viaggia un messaggio nettamente in controtendenza rispetto alla cultura oggi egemone: l’esperienza di Basaglia dice che cambiare è possibile, che si può fare se si sta insieme, se si lavora insieme, se si libera il nostro cervello». tjop@unita.it

27 gennaio 2010 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 42) nella sezione "Culture"

giovedì 21 gennaio 2010

SINTESI dell'incontro di martedì 19 gennaio '10 Massimo Minà

SINTESI dell'incontro di martedì 19 gennaio '10
Il nostro incontro, il terzo per me, inizia con la consuetà naturalità
con la quale delle persone che si conoscono, chi più chi meno, si danno
appuntamento in un luogo amichevole per parlare e ascoltarsi a vicenda.
Ognuno arricchisce l'agenda dei temi del gruppo dando il suo contributo,
esponendo il proprio punto di vista, la sua esperienza.
E'questa eterogeneità che consente il sorgere di interessanti
spunti di riflessioni; spunti che magari nella propria solitudine sono
difficili da individuare, visto che molto spesso capita di guardare
in una sola direzione.
Nel ritrovarsi dopo una settimana è naturale raccontarsi cosa nei sette giorni
passati ci ha colpito, sia positivamente che negativamente; al riguardo, un
punto condiviso da tutti i partecipanti è proprio il potere che spesso noi
diamo ad altre persone di farci potenzialmente del male, di ferirci nei nostri
sentimenti. Allora sorgono domande interessanti, quali:
"perché diamo questo potere?"; "Cos'è che ci fa star male?".
Il gruppo non pretende di fornire delle risposte, quasi fossero ricette, a
queste e altre domande; ma già il fatto che queste domande emergano è
sicuramente un passo avanti per tutto il gruppo, che si arrichisce di nuovi
elementi per riflettere, anche al di fuori dell'occasione in cui il gruppo si
riunisce.
Sono domande che stimolano riflessioni con se stessi, con il
proprio io. Sta al singolo lavorarci sopra, trovare una riposta plausibile e,
magari, con il tempo, condividerla con il gruppo stesso.
Viene sottolineato, per esempio, che quando si vive un periodo di particolare
fragilità, le parole e i gesti degli altri hanno pesi differenti rispetto al
solito, e differenti sono anche le nostre reazioni; ci si lascia condizionare
dalle parole ritenendole un giudizio quando magari l'altro sta solo cogliendo,
in quel
momento, un aspetto che noi, per varie ragioni, non stiamo cogliendo o che
inconsciamente non ci piace. E da qui sorgono nuove questioni.
Cosa ci piace e cosa non ci piace di noi?
Che aspettative abbiamo?
A volte una rabbia in sottofondo che si può provare nasce
proprio da queste domande, a cui non vogliamo dare risposta, o la cui risposta
non vogliamo accettare, sebbene sappiamo qual'è.
Il gruppo spinge a questo tipo di riflessioni, che sono forse quelle
che più volentieri nella vita di tutti giorni si tende a non affrontare o
a rimandare, chiudendole in un cassetto.
Parlarne fa un gran bene, perché altrimenti non si spiegherebbe come mai dopo
il commiato con il gruppo non si vede l'ora che sia di nuovo martedì.

giovedì 14 gennaio 2010

QUANDO HO COMINCIATO AD AMARMI DAVVERO

"Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvenimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama AUTENTICITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama RISPETTO PER SE STESSI.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama MATURITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre e in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama RISPETTO PER SE STESSI.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama SINCERITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato da tutto ciò che non mi faceva bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso, allontanandomi da me stesso. All’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è AMORE DI SE’.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama SEMPLICITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di continuare a vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui TUTTO ha luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo PERFEZIONE. Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato.

Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di SAGGEZZA DEL CUORE.

Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri, perché perfino le stelle a volte si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.
Oggi so che QUESTA È LA VITA!"

(Charles Chaplin)

mercoledì 13 gennaio 2010

Percorso di un gruppo

Sono le 21:00, iniziano ad affacciarsi all’appuntamento, persone già incontrate le volte precedenti.
Ci aspettiamo come amici al bar per respirare calore umano, confrontarci su una settimana trascorsa.
Il suono della voce di alcuni è già familiare. Una piccola comunità che ha voglia di incontrarsi, parlare, rivedere insieme i percorsi intrapresi.
C’è Nanni che col suo fare amichevole, ci mette a nostro agio e un po’ d’ironia inizia a scaldare un dialogo che per alcuni, nella solitudine, aveva lasciato qualche timore nel cuore.
Per noi è una gioia accogliere i nuovi membri. Il loro esordio è la “curiosità” , si dice… ma è il bisogno di comprendere, comprender(si).
Quando si discute di fronte al proprio Io, ritirati nel proprio mondo, condito da stress, aspettative e paure, tutto ci appare come un groviglio di pensieri che arrivano a pensarci.
E’ con gli altri che pian piano questi grovigli vengono srotolati nei diversi fili della nostra esperienza vissuta, così da permetterci di vederne nitidamente le trame.
Il confronto ci permette non solo di comprendere quanto naturale sia avvertire dei malesseri quando ci allontaniamo da noi stessi, quando ci imponiamo degli ideali, rischiando di non vivere i nostri giorni, passo dopo passo.
La società, spesso, c’impone un percorso, ci omologa, tanto che chi non si sente adeguato a percorrerlo si sente diverso, perdente: “s’inciampa”.
Insieme, abbiamo compreso quanto, molto spesso, ci mortifichiamo la vita, addossando agli altri, sensazioni sgradevoli che riflettendo partono da noi.
Il dialogo con se stessi alla luce del confronto con gli altri, ci porta a osservare in maniera più chiara, dinamiche che, spesso, ci sfuggono quando a prevalere sono emozioni inespresse.
E’ bello poter rivivere e soffermarsi sulle emozioni che emergono dalle pause, dai sospiri, dalle voci, sofferenti, scherzose, imbarazzate, amichevoli ma così umane, così vere da sentirsi, alla fine di ogni incontro, sollevati, arricchiti, motivati.
Aspettiamo sempre più gente che possa condividere insieme a noi questa stimolante esperienza, consapevoli di quanto possa risultare utile e piacevole.

da G,Todde Ed Frassinelli

"E Giulia mi faceva dimenticare i miei dolori perchè i suoi erano anche più forti dei miei.E io mi sentivo di sorreggerla.E forse è così che si mantiene la specie, con una catena di aiuti...io sono sorretto e io sorreggo."